Essere un bambino non-vedente a Valona, oggi...

Il distretto di Valona

Albania, Valona 

Valona, a meno di ottanta chilometri da Otranto e dalle coste italiane, è il principale centro urbano del sud dell’Albania. Conta, secondo stime recenti, circa 120 mila abitanti, di cui quasi la metà inurbatisi di recente, ovvero dopo la caduta del regime stalinista di Enver Hoxha nel 1990.

E’sede di prefettura e capoluogo di un distretto tra i più vasti dell’intera Repubblica Albanese, attraversato dal fiume Shushica (e suoi affluenti) e costellato di numerosi villaggi. Essi sono riuniti in 9 "komuna" e tre "bashkia" o municipi, per un totale di circa altre 100mila persone, la stragrande maggioranza delle quali impiegata nel settore primario, con un’agricoltura che supera però di poco la soglia della sussistenza.

Il distretto si presenta molto vario dal punto di vista geografico, alternando fertili ma ridotte pianure alluvionali, specie in prossimità delle coste, ad altipiani e monti aridi e scoscesi. Questa particolare conformazione del territorio, inserita nel già molto precario sistema di trasporti albanese, rende assai difficili le comunicazioni, specie nelle stagioni piovose, frenando in maniera decisiva anche uno sviluppo industriale e commerciale.

La situazione nei villaggi è normalmente di disagio e spesso si presentano, nel mezzo di una campagna scarsamente coltivata per mancanze tecniche e di risorse, agglomerati urbani composti da palazzi in puro stile sovietico, costruiti negli anni del regime per favorire la collettivizzazione delle campagne.

Mancano però assai frequentemente un sistema fognario e un acquedotto, e l’unica fonte di abbeveraggio dell’intera comunità diventa spesso una sorgente o una fontana posta al centro del paese. La situazione è anche pessima per quanto riguarda le linee elettriche e telefoniche, le quali non hanno più subito interventi di riparazione o ristrutturazione nell’ultimo decennio (specie dopo la guerra civile del 1997 ed i relativi saccheggi) ed ora sono pressoché inutilizzabili.

Leggermente migliore è la situazione nel capoluogo e in alcuni centri costieri minori del distretto, dove maggiormente si stanno concentrando gli sforzi di ammodernamento dei governi albanese ed internazionali, anche se pare ancora lunga la strada da percorrere per raggiungere standard di competitività.

In compenso nella popolosa Valona, secondo porto marittimo d’Albania con circa il 20% delle merci trasportate, sono molto più acuti i contrasti sociali, rinvigoriti dalle attività criminali e da una sempre crescente disoccupazione. La crisi occupazionale, che pare al momento inarrestabile, paga la chiusura del 90% delle vecchie industrie di stato in tutta l’Albania meridionale, presentatesi incredibilmente arretrate e poco competitive all’appuntamento con il capitalismo occidentale.

Oltre a questo, l’inadeguata rete di trasporti, la poca stabilità politica, l’insicurezza ed una serie di manovre politiche internazionali, hanno ostacolato pesantemente l’insediamento di nuove realtà produttive in grado di assorbire la numerosa e poco costosa manodopera locale.

Anche il costante e deciso afflusso di popolazione povera dalle campagne negli ultimi anni ha aggravato una situazione già instabile: circa 50.000 persone hanno ingrossato le periferie della città, aggiungendosi ai 70.000 abitanti censiti nel 1990, ed andandosi ad insediare in zone degradate che si sono sviluppate enormemente e senza alcuna pianificazione. Oltre ad ingrossare le fila dei clan mafiosi locali, questo squilibrio, assieme alle tensioni politico-sociali di questi anni di transizione post-dittatura (sfociate nelle insurrezioni del marzo 1997 ma comunque non del tutto sopite neppure adesso) ed ad un’economia che non è ancora riuscita a sollevarsi ed affrancarsi dagli aiuti internazionali, rende problematica l’intera area urbana valonese.

Scuole albanesi 

Particolare è la situazione del sistema scolastico albanese dei giorni nostri.

Esaltata per decenni dalla dittatura come "palestra" per costruire l’Uomo Nuovo Socialista e utilizzata come potente arma di penetrazione ideologica del regime di Hoxha, la scuola albanese ha vissuto e sta vivendo, in questi anni di transizione democratica, un periodo critico.

Innanzitutto c’è stato un profondo e devastante impatto culturale del capitalismo consumistico occidentale, incarnato simbolicamente dal mondo dorato presentato dalle televisioni italiane, sulla popolazione albanese, in particolare sulle fasce più giovani (il 35% degli albanesi è compreso nella fascia d’età dagli zero ai 14 anni).

Come tipico di molte società che entrano nella fase cosiddetta "moderna" (e materialista), i valori principali di una grossa fetta della popolazione giovanile sono ora rappresentati innanzitutto dalla ricchezza e dal profitto immediato, unico modo per accedere velocemente al ricco universo dei consumi occidentali.

L’istruzione, la scuola ed, in generale, la cultura non sono viste però come vie per un’emancipazione sociale ed economica, e vengono dunque trascurate, se non addirittura abbandonate.

Inoltre motivazioni di livello socio-economico, quali l’emigrazione di una consistente quota di persone in età scolare e la disintegrazione del sistema collettivistico di produzione agricola, ed il conseguente utilizzo dei membri giovani delle famiglie nel lavoro dei campi, hanno fortemente ridotto la popolazione scolastica attiva in Albania. 

Vi sono anche cause da ricercarsi direttamente all’interno del sistema scolastico.

I programmi didattici appaiono arretrati e non sono in grado di fornire, specie per quanto riguarda le discipline tecniche, un bagaglio culturale realmente spendibile sul mercato del lavoro.

Inoltre le strutture scolastiche, un tempo vanto del regime ed edificate in ogni singolo villaggio (almeno per quanto riguarda l’istruzione "dell’obbligo"), sono ora fatiscenti. Assaltate al termine della dittatura con un impeto iper-individualistico (e, simbolicamente, contro il sistema ideologico che esse incarnavano) e prese nuovamente di mira nella guerra civile del 1997, spesso oggi si trovano in condizioni di non-utilizzabilità.

A questo si aggiunga il quasi nullo intervento dello stato, alle prese con un bilancio misero e numerosi problemi da affrontare in tutti i campi, per la ricostruzione e la manutenzione degli edifici: il risultato sono scuole senza banchi, senza riscaldamento, senza infissi, specie nei centri agricoli minori.

In queste "precarie condizioni ambientali", infine, si trovano a dover lavorare insegnanti fortemente sottopagati (per i già citati problemi economici dello stato albanese), demotivati e alle prese con una crescente disaffezione nei confronti dei loro insegnamenti.

La scuola, dunque, quella che dovrebbe essere uno dei punti di forza della ricostruzione morale ed anche materiale dell’Albania, si trova invece a giocare un ruolo fortemente marginalizzato e con oggettivi disagi per chi la frequenta.

Una scuola albanese

Dare un sorriso...

Essere un bambino non-vedente 

Nel quadro sociale, economico e -soprattutto- scolastico dell’Albania, si inseriscono le problematiche relative a bambini non vedenti ed ipovedenti. 

Appare chiaro fin da subito un panorama oggettivamente complesso e difficile: i disagi e gli ostacoli che ogni bambino albanese può incontrare si ingigantiscono per chi soffre di problemi alla vista, come di altri handicap.

Tanto più, ogni prospettiva in ambito lavorativo, già ristrettissima per chiunque, tende a zero per chi soffre di queste limitazioni fisiche (...e non si creda che esistano quote di "posti riservati a portatori di handicap" o similari!)

In sostanza, quindi, i non vedenti hanno scarsissime possibilità di vivere integrati nella società e quasi nessuna di acculturarsi. Un bambino "qe nuk shikon"" resta praticamente escluso da ogni tipo di attività, sociale e lavorativa.

Spesso sono le famiglie stesse, d’accordo con gli insegnanti, a non mandare il proprio figlio a scuola, visto che ai numerosi disagi dovuti alla "scolarizzazione" (specie nelle campagne) non si oppone che una scarsissima possibilità di apprendimento da parte del bambino.

Non è previsto, infatti, alcun "appoggio" o comunque un qualche programma specifico per alunni non vedenti o con handicap alla vista.

La legge prevede solamente incentivi per studenti ciechi che vogliano continuare gli studi nella scuola superiore e all’università: in tal caso viene loro riconosciuto un contributo tre volte superiore alla normale "pensione di invalidità", in modo da poter pagare un accompagnatore o acquistare un registratore per registrare le lezioni.

L’opzione resta però, specie per motivi di ordine culturale, quasi per nulla sfruttata, in particolare nelle campagne.

Non vi sono neppure case editrici o stamperie in grado di produrre libri in braille: a quanto risulta, durante il Regime, vi era una Stamperia per i libri braille di Stato, con attrezzature provenienti dalla Germania Est (Ddr) che però si sono rivelate, agli inizi dell’ultimo decennio, ormai fatiscenti ed inutilizzabili.

Esiste una sola scuola specifica per bambini non vedenti, a Tirana. Però gli elevati costi -anche solo della vita- della capitale ed una diffusa sfiducia nelle prospettive offerte dal sistema culturale e scolastico sono, nella quasi maggioranza dei casi, più che valide motivazioni per impedire che essa possa accogliere studenti provenienti da distretti distanti da quello di Tirana, in particolare alunni provenienti dai villaggi del distretto di Valona...

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